Frammenti di memoria di persone comuni nate, vissute o passate dalla provincia di Arezzo

SANTUZZA LISCHI CORADESCHI, LA BEPPA ERA DEPRESSA – STORIA INTEGRALE

All’interno del libro Per tutte le Beppe di Santuzza Lischi Coradeschi sono raccontate due storie di depressione: quella della protagonista, Santuzza, una signora benestante con un marito comprensivo e amorevole e quella di una povera contadina chiamata Beppa. Nei prossimi frammenti troverete la storia della Beppa: contadina che fa lavoretti da sartina, un marito, tre figli. Diamo la parola a Santuzza che ci racconta della Beppa: la storia, ambientata ad Arezzo, inizia nel 1969 e il diario arriva fino al 1980.

Nel mio perenne rimuginare mi torna in mente la “Beppa”. Così è chiamata in campagna una mia coetanea e compagna di giochi infantili del periodo dello sfollamento, durante l’emergenza bellica. (…)

 L’ultima volta che ci andai non era più la stessa.  La trovai seduta in cucina con le mani in grembo e, triste e piangente, riuscì a mala pena, a farmi capire che avvertiva uno strano malessere che le impediva qualsiasi attività e che quindi non poteva eseguire il lavoro di cucito che le avevo portato. Mi resi conto che stava molto male ma non riuscivo a rendermi conto di cosa si trattasse. Di lì a poco venne una vicina che le aveva raccolto della verdura nell’orto e la incitò a prepararla per la cena; ma la Beppa scuoteva il capo e piangeva. Guardai interrogativa la quale mi disse “Devono averle fatte le malie”. Restai sconcertata e, dato che non potevo fare nulla, perché la Beppa quasi non mi vedeva, me ne tornai a casa alquanto turbata e perplessa. Ora, però, mi è tutto chiaro. Altro che malocchio! Come non ci ho pensato prima? La Beppa era depressa”

Santuzza Lischi Coradeschi, Per tutte le Beppe, p. 41

Il primo incontro di Santuzza e Beppa era avvenuto quando ancora Santuzza non conosceva la depressione, adesso che anche lei è depressa, è incuriosita dal male della conoscente e scopre che la Beppa è curata, sembra senza particolare attenzione, dal medico condotto, questa è già una prima, forte differenza con la protagonista che invece ha disponibilità economiche e conoscenze per essere curata dai migliori medici specialisti dell’Arezzo anni Settanta.

se, quando andai a trovarla, circa dieci mesi orsono, mi sembrò molto malata, oggi lo è di più. È pallida, magra, sparuta e invecchiata. Sta seduta su uno sgabello nel canto del fuoco, anche se il focolare è spento. È apatica, quasi non ci saluta e comprendo che, a differenza di una volta, la nostra visita le appare un’intrusione. Ma oggi sono troppo interessata per lasciarmi disarmare dal suo mutismo e dai suoi modi poco ospitali. Una volta restate sole le dico subito che ho la sua stessa malattia, che soffro tanto, che vorrei parlarne con lei, che potremmo aiutarci a vicenda. Questo desta il suo interesse. Lo sguardo si fa vivo e, non solo presta attenzione, ma anche lei fa domande. Vengo così a sapere che la cura il suo medico condotto e mi mostra le medicine: sono campioni di un complesso vitaminico, di Anatensol e di Transene. Dice che non le arrecano alcun beneficio, ma quando il suo medico gliele dà lei le prende, sempre sperando che facciano bene magari in seguito”.

Santuzza Lischi Coradeschi, Per tutte le Beppe, p. 41

Questa è la seconda parte dell’incontro tra Santuzza, la protagonista, e la Beppa in cui emerge come reagisce il marito della Beppa alla depressione di sua moglie.

“I nostri disturbi sono identici. Il suo risveglio è un incubo come il mio e riesce a scendere dal letto solo sorretta dal pensiero che una volta andati, con la vicina, i bimbi a scuola e suo marito al lavoro, può rifugiarsi nel canto e lì restare finché non tornano tutti. Non esce mai, non si cura più dei bambini e della casa e, tantomeno, degli animali e dell’orto. Ho l’impressione che stia ancor peggio di me, poiché, è palese, trascura anche l’igiene personale. Eppure era tanto attiva, dinamica, ordinata. Ora, seppur piangendo, non la finisce più di far domande, è interessata al pari mio. Nel frattempo giunge suo marito che lavora in fabbrica. Ci saluta gentile come sempre, ma quando gli parlo di sua moglie ha una reazione che non mi sarei mai aspettata. “La Beppa ha le fisime – dice – ma io gliele faccio passare a suon di calci nel sedere. Il medico ha detto che non ha niente: è solo questione di nervi. Io torno dal lavoro e devo prendermi cura dei figli; governare gli animali e tutto il resto. La verdura marcisce nell’orto e lei tutto il giorno a sedere senza muovere paglia. Mica posso continuare in questo modo. Non la sopporto più! Se non si toglie di testa quelle fisime, so io come fargliele passare”

Santuzza Lischi Coradeschi, Per tutte le Beppe, p. 41/42

A Natale Santuzza e Beppa rimangono insieme e parlano della loro depressione: è un momento molto intimo, positivo per entrambe.

Il giorno di Natale ho trascorso il miglior pomeriggio da che sono depressa. Subito dopo pranzo, dopo previo accordo, mio marito è andato in campagna a prelevare la Beppa dei P. (…)

Un pomeriggio tutto per noi…Un pomeriggio di vero dialogo fra due che parlano la stessa lingua. Un dialogo in cui ci siamo specchiate ripetutamente l’una nell’altra, dove affioravano anche i ricordi di infanzia. (…) Avevamo molto bisogno di trovarci sole per parlare tanto di noi. È stata come una boccata d’aria dirci le solite cose che gli altri non possono capire. Parlando senza fine della nostra angoscia riuscivamo anche a riderci su, cosa che non avremmo potuto fare con nessuno (…) ci siamo messi dalla parte dei nostri figli, ma qui c’è stato ben poco da ridere. Come cresceranno. Quale opinione si faranno della vita dopo l’esempio che ogni giorno forniamo loro? Confessandoci di essere disposte a tutto, pur di stare meglio, io le ho detto che se trovassi la droga non esiterei un attimo a provarla. La Beppa, invece, pensando a qualcosa di meno costoso e più a portata di mano: “Io mangerei anche lo sterco di gallina”. La confessione mi ha fatto prima sorridere, poi storcere la bocca di disgusto. Il fatto è, che se tale sostanza fosse efficace, sarei capace di mangiarla anch’io”.

Santuzza Lischi Coradeschi, Per tutte le Beppe, pp. 106/107

Una tragedia tremenda scuote la già infelice vita della Beppa.

“Mamma, stanotte un militare in licenza s’è sfracellato con la sua moto contro un camion in sosta. Era Marco, il figlio della “Signora che piange”. Il nome e l’età che è la stessa di Elisabetta corrispondevano, ma non volevo crederci. Mi sono informata, ero proprio lui” (…)

Mentre un caldo sole di giugno sfolgora inutilmente, partecipo al corteo funebre che accompagna il giovane Marco al cimitero situato ai limiti del paese. La Beppa è vestita di nero. Non ho l’ardire di avvicinarla. La osservo. Se non fosse per l’abito a lutto che indossa, non si direbbe che è lei la mamma del ragazzo defunto. Ha gli occhi asciutti, nemmeno arrossati e lo sguardo fisso e vacuo. Più volte suo marito tenta invano di sostenerla prendendosela per un braccio. Lei alza il gomito e si schernisce scontrosa. Lo stesso gesto ripete quando le si avvicinano le donne del paese”

Santuzza Lischi Coradeschi, Per tutte le Beppe, pp. 169/170

Santuzza telefona alla Beppa per la prima volta dopo la morte del figlio Marco.

“La mattina di Ferragosto, quasi per istinto, compilo il numero telefonico della Beppa. Sono curiosa e interessata di sapere che risvolto ha preso lo stato amnesico in cui era caduta dopo la morte del suo figlio Marco. Risponde proprio lei ai primi squilli, quasi fosse stata lì in attesa. Subito le torno alla mente. Nel riconoscermi esplode: “Non ce la faccio proprio più. Io mi ammazzo…”. Soltanto i suoi singhiozzi giungono, ora, al mio orecchio. Passa forse un minuto in cui io continuo a ripetere: “Beppa, non fare così. Per l’amore di Dio, parla. Ti prego…” Poi, la voce di suo marito: “è sempre la solita solfa. Da quando le è tornata la memoria piange e dice solamente che si ammazza. Io provo il suo stesso dolore per la perdita di nostro figlio. La tragedia ha colpito me quanto lei. In più devo sopportare questa “pistollica” tutto il giorno e tutti i giorni. Sono io che non ne posso più. Dice sempre che si ammazza, però non lo fa mai”.

Santuzza Lischi Coradeschi, Per tutte le Beppe, p. 185

Sono passati più di dieci anni dai primi sintomi della depressione ma adesso Santuzza vede dei miglioramenti e vorrebbe renderne partecipe anche la Beppa.

“Vorrei che questo stupendo miglioramento, che mi migliora, fosse provato anche dalla Beppa. Penso di telefonare per annunciarle una mia visita. Voglio consigliarla e convincerla a mettersi in cura dal dottor Domenici (..)

Mi risponde una parente con un tono distaccato e sbrigativo: “È accaduta una disgrazia. Mentre la Beppa spolverava, prima di riattaccare al chiodo il fucile del marito, le è partito un colpo mortale”. Resto un momento interdetta, costernata, incredula. Alla Beppa, depressa com’era, non poteva mai venire l’idea di fare proprio quella faccenda. Inoltre la sapevo abbastanza esperta di fucili da caccia. Era vissuta sempre in famiglie di cacciatori. Ho il sospetto di una bugia più ingiusta che pietosa.

M’informo meglio. La Beppa s’è uccisa”. 

Santuzza Lischi Coradeschi, Per tutte le Beppe, pp. 239/240

Lascia un commento

CONTATTI

vitedapoco@gmail.com

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨