UN CASENTINESE PRIGIONIERO DEI TEDESCHI
Guido Acciai è nato nel 1919 a Poppi, ha vissuto a Pratovecchio in via di Circonvallazione 17. È stato un soldato italiano durante la Seconda guerra mondiale catturato dai tedeschi e portato in un campo di internamento. In questo frammento racconta quello che ha dovuto subire durante la prigionia.
Il 20 settembre è il giorno in cui si ricordano gli IMI, gli Internati Militari Italiani, i soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l’armistizio con gli Alleati reso noto l’8 settembre 1943. Furono definiti IMI per non applicare loro le garanzie previste dalle convenzioni internazionali per i prigionieri di guerra, gli IMI si rifiutarono di combattere a fianco della Germania nazionalsocialista.
Ecco il racconto di Guido:
Il giorno 12 settembre 1943 arrivammo a Postumia da Susak, vicino a Fiume, dove i tedeschi ci avevano catturati tre giorni prima. Mentre le guardie con il mitra spianato ci facevano salire sul treno composto di carri bestiame, un soldato della G.A.F. scese dal vagone per andare in quello accanto, dove si trovavano i suoi compagni. Un tedesco gli sparò una raffica di mitra e lo abbattè, lasciandolo poi senza soccorso fino a che la tradotta non fu partita.
Nel lager XX/A di Thorn, mentre eravamo in fila per il rancio, una guardia tedesca mi diede una spinta. Mi cadde la gavetta e mentre io la raccoglievo, il tedesco mi fece mordere da un cane lupo alla mano destra, dove qualche giorno dopo mi venne l’infezione con una gran febbre. Fui curato da un tenente cappellano, Antonio Ghezzi, che era un frate di Camaldoli. Dopo la liberazione seppi che era morto di tubercolosi: era lui a Thorn che curava tutti gli ammalati di t.b.c.
Da Thorn fummo trasferiti al campo di punizione di Gotenhafen e andavamo a lavorare nel cantiere navale di Danzica a turni di dodici ore di giorno e dodici di notte. Eravamo sfiniti dalla fame. Una notte andai dietro la baracca, dove stavo lavorando, a frugare nei bidoni dei rifiuti per cercare qualcosa da mangiare. Fui sorpreso da una guardia tedesca e portato in una baracca: qui in due mi picchiarono con il nerbo e con il calcio del moschetto. Poi mi buttarono fuori tramortito; mi raccolsero i miei amici, che, alla fine del lavoro, mi accompagnarono al lager.
Associazione nazionale ex internati, Resistenza senz’armi – Un capitolo di storia italiana (1943-1945) dalle testimonianze di militari toscani internati nei lager nazisti, p. 245


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